Gian Carlo Menotti Fondatore                                                   Francis Menotti Presidente e Direttore Artistico

 

Spoleto non un safari

di Gian Carlo Menotti

Quarantadue anni! Pare un sogno. E tutti mi chiedono: “Come giudichi questa tua esperienza, come ti senti?”, come se fossi appena uscito da un safari o da una spedizione al Polo Nord. La gente non si rende conto che questi quarantadue anni sono anni di vita vissuta e non soltanto una lunga avventura. Per me queste domande non hanno un senso; è come se mi chiedesse: “Come te la senti d’essere ancora vivo?” Per chi, a ottantotto anni, ama ancora la vita, sono il presente e il futuro che contano; il passato non può occupare che una piccola parte dei suoi pensieri. E poi, il passato di un ottantenne è un lugubre paesaggio che troppo assomiglia a un cimitero. Quanti amici e collaboratori scomparsi! Samuel Barber, Tommy e Nonie Schippers, Luchino Visconti, Anna Venturini, Ben Shahn, Ionesco, Nureyev, Ezra Pound, Jean Cocteau, Henry Moore; i nostri meravigliosi scenografi Petrassi e Valentini, la dolce Mrs. Curtis-Bok che mi aiutò a fondare il Festival, e quanti, quanti ancora!

E allora mi si domanda: “Ma quanto ti è costato questo festival di tempo e fatica?” E’ un bilancio che preferirei trascurare. Son troppe le amarezze che dovrei mettere in conto, anche se le gioie e le soddisfazioni sono state di più. A che vale tirare le somme? Il bilancio di una vita insegna poco e i ricordi, anche i più dolci e i più cari, alla mia età diventano struggenti e dolorosi. Indubbiamente il Festival mi ha reso molto e ha soddisfatto in me l’incalzante bisogno di sentirmi utile a una comunità. Chi è l’artista che oggigiorno ha il dovere di discutere con il sindaco, col capo della Polizia, col presidente dell’Ente turismo, coi direttori delle banche e gli operai delle fabbriche? Perdita di tempo? No. Anche l’artista del passato doveva discutere col Podestà, col Papa, con gli abati dei conventi, con i parroci delle chiese che affrescava, e con i clienti che chiedevano di essere ritratti.Gian Carlo Menotti 1950

L’artista di oggigiorno vive in un piccolo mondo particolare che rispecchia un limitatissimo aspetto della vita sociale. I confini del suo ambiente son tracciati dal manager (o l’editore o il mercante d’arte) e il pubblico. Ma né il manager né il pubblico fanno parte della sua vita privata. Né possono influire profondamente sul suo sviluppo di artista e di uomo. L’artista contemporaneo, in fondo, non conosce il suo pubblico o lo conosce solo come “pubblico”, e non come esseri umani, suoi concittadini, e per il pubblico l’artista è un idolo inavvicinabile al quale si sacrifica il prezzo di un biglietto (o d’un libro o d’un quadro) in cambio di qualche ora di svago.

Per me è sempre stato penoso sentirmi ai margini della società, e ho sentito il bisogno di convincere almeno una piccola comunità come Spoleto che l’artista è altrettanto utile e necessario quanto il medico, l’avvocato o l’ingegnere. Ci vuol pazienza per dimostrare ai concittadini che l’uomo civile “vive” d’arte senza neppure accorgersene. La melodia che fischietta mentre si rade è pure stata scritta da un compositore, e sono scrittori quelli che preparano il giornale del mattino e la commedia serale alla TV; la bella stoffa del vestito che indossa sua moglie è indubbiamente stata ideata da un designer, e così le eleganti posate e i piatti che sfoggia sulla sua tavola… Che cosa sarebbe il suo ufficio senza la riproduzione di quadri che danno tono al locale?

“Questo è artigianato; quest’altro arte commerciale” – si obietterà; ma senza l’Arte né l’uno né l’altro esisterebbero. Mondrian ha cambiato il volto delle nostre case (anche se non sempre per il meglio). Matisse si ritrova sulle stoffe estive, Calder nei giocattoli, così come Stravinsky e Prokofiev fan capolino nelle colonne sonore dei film di cassetta per un pubblico che inorridisce se gli si parla di musica classica o contemporanea. Dopo quarantadue anni non so quanto Spoleto per merito del Festival si renda conto di tutto questo. E’ innegabile che il vantaggio economico che riceve dal Festival è di primissima importanza; ma molti sono gli spoletini che ora, finalmente, si sono resi consapevoli della bellezza che li circonda e che si sforzano di esserne partecipi. Sforzi che, alle volte, possono sembrare puerili. Tuttavia il loro recente impegno d’abbellire alla meglio l’appartamento, il ristorante, l’ufficio è commovente, e così è l’orgoglio per la bellezza della loro città della quale fino all’arrivo del Festival erano solo vagamente consci. Senza parlare degli spoletini che si sono dedicati a una carriera artistica e che, anche come tecnici teatrali, si fanno ammirare nei palcoscenici internazionali. Questo è quello che più conta per me: essere stato utile, anche se in maniera modesta, alla riuscita economica e culturale di una piccola città che ora non è più né piccola né povera.

A che serve, dunque, ricordare le amarezze e gli ostacoli? Indubbiamente queste non sono mancate, specialmente le dure battaglie per superare la continua incertezza economica. Fin dal principio la proverbiale gelosia medioevale degli italiani non ha tardato a mettere i bastoni tra le nostre ruote. Ci sono stati “voli su Spoleto” con spargimento di volantini osceni, comizi di protesta in seno al Festival stesso; minacce di anonimi e accuse ingiuste e critiche ingiustificate da parte della stampa. Ma io sostengo che la critica avversa è una prova utile per misurare la tempra di un’opera d’arte o di una manifestazione artistica. L’arte che si lascia uccidere dalle critiche non merita di vivere. Del resto, in Italia c’era da aspettarselo. Quando mi si chiede quale, secondo me, è la principale differenza tra l’italiano e l’americano, rispondo così: “L’americano ama la ricchezza e il successo anche del prossimo, ma, forse per pudore, fa presto ad abbandonare chi cade in disgrazia o s’ammala. L’italiano è esattamente il contrario; ama il prossimo solo quando è in disgrazia o a letto ammalato”. Io non sono ammalato (e faccio le corna), ma ho il vantaggio di avere ottantotto anni e in Italia bambini e vecchi fa tenerezza o compassione. Non so quanto posso essere ancora utile a Spoleto, ma penso che l’affetto che esiste tra me e gli spoletini è ancora la forza che rende questo nostro Festival inespugnabile.

E il futuro? C’è chi vorrebbe dare al Festival un volto nuovo; ma io non credo che giovi sempre rifarsi la faccia. L’importante è crearsi una fisionomia che sappia mantenersi giovane. Il nuovo ha importanza solo se riesce a creare una tradizione. Noi, il nuovo, l’abbiamo proposto, e come Bayreuth e Salisburgo siamo riusciti a crearci una fisionomia e un carattere. Non perdiamoceli. Né dobbiamo lamentarci se il nostro pubblico sta diventando nella sua maggioranza un “pubblico di fedeli”. Un ristorante che non ha una sua tradizione culinaria ed un nucleo di clienti fissi, finisce presto col dover chiudere i battenti.

E allora, che cosa auguro al Festival? Due cose: che Spoleto sappia conservare questa sua fisionomia d’indipendenza e che continui a sapersi difendere da manovre politiche. In un paese dove si ammette apertamente e senza pudore che nei teatri di Stato se il sovrintendente è comunista il direttore artistico dev’essere socialista e così via (un fatto che in tutta Europa è diventato una barzelletta e che in America lascia tutti increduli), è un vero miracolo che a Spoleto tutti i partiti si sono trovati concordi nel non mischiare il Festival con le loro rivalità politiche e che in questi quarantadue anni nessun sindaco si sia permesso di chiedermi a quale partito appartengo o quali siano le mie idee politiche. Questo è quello che più o meno scrissi diciassette anni fa e che ancora oggi sottoscrivo. Parecchio è successo nel frattempo e prima di tirar le somme vorrei chiudere questa specie di prematuro testamento con un breve riassunto di questi ultimi anni.
Il futuro del Festival, ora che è nelle capaci mani di mio figlio, non mi preoccupa più. Francis è stato nel passato un attento e vigile discepolo, un osservatore acutissimo e, una volta uscito dall’ombra, si è rivelato un formidabile manager, capace non solo di saper risparmiare nel campo amministrativo, ma anche di arricchire il Festival di nuove idee artistiche e di nuovi sponsor.

Francis e Gian Carlo MenottiQuando giunse il momento che il Festival sentì il bisogno di investigare la vecchia amministrazione e di rinnovarla, io mi resi conto che ciò richiedeva uno scontro con uno staff, al quale per molti anni mi ero affidato incondizionatamente e non ho avuto il coraggio di affrontare questa delicata situazione da solo. Chiesi allora a Francis di aiutarmi, offrendogli la presidenza dell’Associazione e dandogli così via libera di inaugurare una nuova era.

Francis si è subito rivelato un solido e agguerrito manager che non si lascia facilmente impaurire da minacce o critiche. Malgrado le subdole manovre per “farlo fuori”, è riuscito, senza impoverire le qualità artistiche dei recenti programmi, a ridurre il budget, che negli anni precedenti era salito a 11 miliardi, a 8 miliardi. Nelle sue mani il Festival ha una guida sicura e creativa – non solo perché sa apprezzare ogni forma d’arte, ma perché sa anche dove scegliere consiglieri e collaboratori.

Mi è triste constatare che nessuno dei vecchi collaboratori, che si sono visti messi da parte, ha saputo ritirarsi con grazia e con stile, né si è offerto di collaborare con la nuova organizzazione. Tutti, e soprattutto quelli che da anni prendevano lauti compensi e che proclamavano ad alta voce la loro amicizia e gratitudine verso di me, hanno subito reclamato per vie legali grossi indennizzi che secondo me non si meritavano. Tuttavia quei pochi collaboratori che mi sono rimasti amici mi compensano delle amarezze causatemi da chi si rifiuta di analizzare con onestà il proprio passato e preferisce posare da vittima.

L’esigua e patetica schiera dei “nemici” che ancora oggi tenta di inquinare le acque del Festival è ormai allo scoperto e i cittadini di Spoleto conoscono il subdolo gioco, con il quale forse vorrebbero impossessarsi del Festival.

Anche con la Fondazione le cose non procedono all’acqua di rose. Ancora non vogliono convincersi che il Festival è una mia creatura e che non possono essere loro a decretarne il futuro, e che il ruolo della Fondazione, secondo legge, è semplicemente quello di amministrare i soldi dello stato (che ammontano a solo un terzo di quelli che l’Associazione deve raccogliere per affrontare il budget). Ben venga il giorno quando la Fondazione, invece di servirsi del nostro patrimonio e dei nostri sponsor, si impegni a trovare nuovi sponsor e incrementi così le possibilità del Festival. Quel che succede, invece, è che la Fondazione non pensa ad altro che ad impadronirsi del patrimonio dell’Associazione che io personalmente, e con sacrifici personali, sono riuscito ad accumulare durante i quarantadue anni di faticosa gestione.

Né posso dire che il Comune abbia sempre collaborato col Festival. Dopo quarantadue anni di vita ancora non ci è stata offerta una sede decente e nuovi spazi per poter accogliere i nostri programmi. Ora che, con mio figlio al timone del Festival, si respira aria più pulita e più fresca, è anche tempo che in Comune si alleggerisca la pesante macchina burocratica e politica che pesa su tutti noi e la Giunta comunale faccia tutto il possibile per consolidare la presenza del mio Festival a Spoleto, dandoci spazio e facendoci parte dei problemi cittadini, come succedeva nei primi anni. Sarebbe anche ora che il Comune protestasse con il sindaco di Charleston per l’uso arbitrario del nome di Spoleto che ormai non rappresenta in nessun modo e crea soltanto confusione e imbarazzo. E’ come chiedere alla gente di andare nel New Jersey per vedere la Torre pendente di Pisa.

Mi chiederete: ma con tutti questi intoppi, come ha fatto il Festival a sopravvivere per ben quarantadue anni? Tenacia, fortuna, ma soprattutto amore per quel che faccio e fede in quello che ancora posso fare.

Dopo questa lunga cronaca, che segna molte vittorie e anche qualche sconfitta, molti giorni felici ma anche qualche periodo di amarezza, è con vera gioia che oggi guardo verso il futuro con la convinzione di aver affidato il Festival a mani non solo più giovani e vigorose, ma anche più esperte delle mie.

Spoleto, gennaio 1999